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La fenomenologia: un “solitario e autistico monologo della coscienza con se stessa”?

Pubblicato il 07/07,2009

Ne “L’eleganza del riccio”, l’autrice deride uno degli assunti base della fenomenologia: conosciamo “solo” ciò che appare alla coscienza. La fenomenologia si configura dunque la scienza di ciò che appare alla coscienza e “solo” questo sarebbe ciò che per noi è reale. E tutto il resto? Possiamo realmente, come sostiene la Barbery, “mandare il mondo a quel paese”? Il mondo è dunque “una realtà inaccessibile che sarebbe vano tentare di conoscere”? Certo tutti inorridiamo all’idea che occuparsi della coscienza significhi abbandonare il mondo…ma c’è un punto critico che nessuno scienza ha mai risolto: quale tipo di rapporto intercorre fra realtà e coscienza. Senza un criterio che garantisca la loro esatta reciproca corrispondenza – o reversibilità – risulta di certo disarmante pensare che la nostra coscienza possa rappresentare solo in parte ciò che è nel mondo o, peggio ancora, che non lo rappresenti per niente o che, addirittura, possa rappresentare ciò che nel reale non esiste… Nessuno ha mai ipotizzato e dimostrato che la coscienza originaria ed esatta dell’uomo non conosce questa possibilità di equivoco e di errore. Nessuno ha mai ipotizzato che il problema della corrispondeza fra coscienza e realtà sia il frutto di un difetto che l’uomo ha acquisito. Antonio Meneghetti lo ha fatto: è partito dall’analisi empirica dei fatti umani per porre un’ipotesi che nessuno aveva mai prima avanzato ed indagato. Meneghetti rileva che questo errore acquisito è lo stesso che impedisce all’individuo di coscientizzare di essere partecipe ed intimo dell’ordine della natura e di agire consapevolmente in sua conformità, e quindi di stare bene. Ecco perché l’intelligenza dell’individuo non solo viene impedita all’apertura metafisica, ma anche a quella capacità naturale di scegliere ed agire secondo l’interesse della propria economia esistenziale di base, diversamente dagli animali che centrano ogni “azione” grazie all’infallibile guida di un istinto naturale ancora esatto. L’Ontopsicologia risolve questo problema critico della conoscenza: innanzitutto definisce cos’è e come funziona la coscienza ed individua, quindi, nella sua esattezza la garanzia per l’uomo di una conoscenza autentica ed integrale del mondo. Antonio Meneghetti rileva dunque che la coscienza per sua natura non fa mologhi, ma riflette e media la totalità del reale in maniera esatta e specifica per ogni singolo individuo. La coscienza è cioè quel prezioso strumento attraverso cui ogni essere umano coglie razionalmente il reale specificato in base alle sue esigenze, nel qui e adesso della situazione. Il problema è che da mediatore esatto di conoscenza del reale, la coscienza si è tramutata in un filtro che distorce l’informazione e la percezione del reale, a causa di un errore che il soggetto apprende e metabolizza sin dai primi anni di di vita. Recuperare l’autenticità della propria coscienza esatta significa poter recuperare gli strumenti razionali per dare espressione storica a quel principio che ci fa identici all’essere, cioè all’In Sé ontico. Ritornare a questa esattezza originaria in cui la natura ci ha posto è possibile grazie al metodo in cui si formalizzano le originali conoscenze ontopsicologiche: è un costante tirocinio esistenziale per il quale si richiede una seria capacità razionale di scelta. Quale scelta? Di attuare una continua novità di realizzazione storica all’urgenza di quello che Antonio Meneghetti definisce “assalto metafisico”.


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